Numero 065 – Sul buon design 04/12/2023

In questo secondo numero del 2023 si parla di buon design, uniformità, estetica.

Questo numero include solo l’articolo, senza le solite rubriche, poiché da domani inizierà un nuovo esperimento. Per circa un mese, la newsletter diventerà giornaliera. I contenuti, i temi e le rubriche saranno più o meno gli stessi, ma distribuiti su più giorni, ogni giorno. Per iscriversi seguite questo link.

Sul buon design

Tempo fa sono finito sull’estratto di una puntata del podcast di Dive. L’ospite era il designer Brian Lovin e l’estratto trattava del design delle landing page di oggi. In particolare, Lovin diceva:

We are in flashy era of landing page design where aesthetics are deemed more important than substance.

Lovin evidenzia come la principale preoccupazione di queste landing page sia creare micro interazioni ad ogni minimo scorrimento, anziché concentrarsi su spiegazioni e informazioni dettagliate relative al prodotto.

(Una piccola divagazione: potrebbe essere utile, per i più giovani o per chi all’epoca si occupava di altro, chiarire il termine flashy era. Oltre al suo significato letterale di “appariscente”, la parola richiama anche un software per la creazione di siti web, noto come Flash, molto utilizzato fino alla metà degli anni 2000. I siti realizzati in Flash erano spesso sperimentali, talvolta interessanti e affascinanti, ma raramente leggibili o informativi. Lo scopo principale di quei siti web era stupire, già dal loading. Per ulteriori approfondimenti, potete consultare questo link, che contiene una raccolta di siti realizzati in Flash, curata dal Web Design Museum).

Le osservazioni di Lovin si allineano con altre che sostengono l’opposto: che ci si preoccupa troppo poco dell’estetica, rendendo tutto troppo noioso e uniforme. Si sperimenta poco, e si ha la sensazione di trovarsi sempre di fronte allo stesso tipo di sito.

A volte, l’eccesso e l’uniformità è negli occhi di guarda. Vale per chi pensa che i siti siano troppo appariscenti, vale per chi pensa che i siti siano tutti uguali.

In ogni caso l’uniformità non è necessariamente il risultato della pigrizia dei designer, di un’adesione a una particolare ideologia. Essa deriva in parte dal fatto che tutti studiamo le stesse cose, leggiamo gli stessi libri e articoli, vediamo le stesse immagini sui vari social media, e ci aspettiamo percorsi professionali simili. D’altra parte, l’industria, soprattutto quella digitale, richiede questo tipo di approccio. Le aziende, sempre più grandi, iniziano a considerare il design sempre meno come un elemento secondario, e si sa quanto le grandi aziende non amino i cambiamenti e la mancanza di controllo.1

Fabricio Teixeira e Caio Braga ne scrivono così nell’annuale report sullo stato dello UX Design:

Il design dell’interfaccia deve essere scalabile poiché le aziende hanno bisogno di scalare: le imprese preferiranno sempre la prevedibilità e la sicurezza derivanti da un design altamente standardizzato, da qui gli alti investimenti nei sistemi di design. Allo stesso tempo, l’automazione della pratica di design può mettere a disagio alcuni designer: come possiamo giustificare il nostro valore ora che il nostro lavoro è così standardizzato?2

Questo disagio, in alcuni casi, si manifesta con osservazioni, articoli e post su quanto sia noioso e sempre uguale il design di oggi.

D’altra parte è un problema anche l’eccessiva standardizzazione, facendo emergere un unico punto di vista sul come il design debba o non debba essere fatto – come sottolinea Chuánqí Sun in questo articolo dal titolo The vanishing designer.


Quando leggo (o ascolto) le osservazioni di entrambe le parti, mi torna sempre in mente il dibattito del 1972 tra Wim Crouwel e Jan van Toorn, tenutosi presso il Museo Fodor di Amsterdam. Il dibattito, riportato per intero nella raccolta curata da Riccardo Falcinelli, Filosofia del graphic design, comincia con Crouwel che parla di due tipi di designer:

Il Designer A, che preferisce un criterio analitico per arrivare a un messaggio dotato del massimo dell’obiettività, avrà la tendenza a usare solo mezzi ampiamente sperimentati e non si farà tentare facilmente da sperimentazioni in nome della novità. Per questo motivo è anche probabile che finisca per ritrovarsi in un posto che a volte potrebbe sembrare piuttosto arido. All’opposto, è più probabile che il Designer B faccia uso di mezzi espressivi di tendenza e che non disdegnerà sperimentazioni che lo portino a nuovi risultati.

E Van Toorn che risponde dicendo di avere in testa gli stessi tipi di designer di Crouwel, anche se lui considera il designer analitico un designer tecnologico, perché lavora con metodi derivati dalla tecnologia e dalla scienza, aggiungendo:

Ritengo che il Graphic Design come specializzazione, proprio come altre forme di design, abbia iniziato a soccombere alla pressione dello sviluppo industriale nella nostra società e di tutte le sue varie conseguenze. Il designer non è all’altezza del suo compito perché, attraverso il suo uso della forma, programma invece di informare ma anche perché non si interroga più sul proprio scopo e la propria responsabilità. Invece che sostenere il proprio contenuto, il suo disegno influenza e condiziona gli utenti.

Il dibattito prosegue, con ognuno che cerca di argomentare a favore o contro la necessità di essere un mediatore o far emergere la propria personalità nel processo di comunicazione, concentrandosi maggiormente sul ruolo del designer e sulle sue responsabilità piuttosto che sul design in sé.

Il ruolo del designer oggi è cambiato, così come il suo processo di formazione, la committenza e l’intera industria, ma quel dibattito di cinquant’anni fa mi sembra che ancora risuoni.


  1. Per approfondire vi rimando quest’articolo di UX Collective scritto da Matic Pelcl We’re turning designers into factory workers ↩︎

  2. La versione inglese: “Interface design needs to scale because businesses need to scale: companies will always prefer the predictability and safety that come from a radically commoditized design—thus their high investments in design systems. At the same time, the automation of the design practice can make some designers uncomfortable: how can we justify our value now that our work is so commoditized?” tratto da The State of UX in 2024 – Commoditization. Designing the conveyor belt ↩︎